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Verso Multitud: l’incontro, l’abbandono, la tensione tra i corpi

Martedì, 22 Settembre 2015 08:43

Diario di bordo - Verso Multitud: l'incontro, l'abbandono, la tensione tra i corpi

 di Rossella Porcheddu

Arriva dall’Uruguay. Ha portato i suoi spettacoli in America Latina, Stati Uniti ed Europa. Questa è la sua prima volta in Italia. La coreografa Tamara Cubas, classe 1972, co-direttrice del collettivo Perro Rabioso, che opera a Montevideo, partecipa a Misteri e Fuochi con Multitud, lavoro che indaga “la condizione dell’uomo contemporaneo, la nozione di eterogeneità del collettivo, l’idea di alterità, spazio pubblico, relazioni interpersonali e possibilità di dissenso”. Un format che prevede la partecipazione di non meno di 60 danzatori/attori, chiamati a dar vita, in sei giorni di residenza, allo spettacolo che andrà in scena all’Anfiteatro Romano di Lucera sabato 26 settembre. Un gruppo eterogeneo, piuttosto giovane, composto da artisti del territorio, che ha cominciato a muoversi nel pomeriggio di domenica 20, mentre Lucera era sferzata da una pioggia battente.
A un primo sguardo non si riesce a percepirli come singoli, perché il lavoro della Cubas – il titolo non lascia dubbi – chiama in causa la folla. Non si spostano compatti i danzatori, ma i loro corpi sono chiamati a dialogare gli uni con gli altri, gli uni contro gli altri, perché il singolo ha ragione di esistere in relazione al gruppo. Hanno un’area da occupare, un percorso da tracciare, senza un vero legame con un luogo fisico, piuttosto con uno spazio mentale. “Immaginate un posto dove vorreste stare per tutta la vita e raggiungetelo” dice loro la coreografa, che sta sempre in mezzo al gruppo, guidandolo e accompagnandolo nel movimento. Al momento, più rassicurante, dell’incontro, segue quello dell’abbandono. Gli arti si lasciano andare, disconoscono gli automatismi, la testa s’inclina, il fisico perde il controllo, sposando il disequilibrio. E ognuno finisce per affidarsi all’altro, per adagiarsi sull’altro, per influenzare l’altro.
Ma il percorso è solo all’inizio, scopriremo giorno per giorno come si può camminare, quanto si può correre, dove si può cadere, i modi di piangere, di ridere e urlare, da soli ma insieme, perché il corpo non è solo azione, ma è anche suono.
E vedremo quanto ci si può contaminare, influenzare vicendevolmente, e politicamente, perché “mentre la folla è incontrollabile, capricciosa, eterogenea e dispersa, la massa ha altre caratteristiche legate alle forme di organizzazione politica della gente”.
Una ricerca, quella di Tamara Cubas, influenzata dall’esperienza della dittatura uruguaiana e dell’esilio, una riflessione sul potere e sulle forme di organizzazione sociale, un’indagine sull’individuo e sulla moltitud.

Verso Multitud: la perdita di ogni certezza

Mercoledì, 23 Settembre 2015 16:14

Diario di bordo - Verso Multitud: la perdita di ogni certezza

 di Rossella Porcheddu

Per le sue dimensioni risulta essere la più importante testimonianza romana in terra di Puglia. Nell’antichità poteva ospitare tra i 16 mila e i 18 spettatori. Sabato 26 settembre l’Anfiteatro romano di Lucera accoglierà circa 900 spettatori, e c’è da dire che ad oggi i 700 biglietti disponibili online sono tutti esauriti. In attesa di abitare questo luogo storico, che in età augustea ha toccato il suo massimo splendore, i danzatori di Moltitud hanno come casa il Palazzetto dello Sport di Lucera. Arrivano al mattino, e vanno via nel tardo pomeriggio. Otto ore di lavoro al giorno, intense, faticose, a tratti commoventi.
I primi giorni sempre quelli della conoscenza. Ma, a tre giornate dall’inizio, è arrivato il tempo della condivisione. Si sono osservati, si sono fiorati senza parlare, e adesso iniziano a dialogare.
Tamara Cubas li guida, li stimola, li accompagna, ma mai li protegge. Fondamentale è perdere la sicurezza di sé, per affidarsi all’altro. Una condizione fisica che è specchio di quella mentale. Perciò la coreografa uruguaiana ha chiesto loro di raccontarsi qualcosa di sé. Il ricordo di momento di solitudine, che sia utile per affrontare l’isolamento in mezzo a una folla.
E, dopo il ricordo, ecco che la moltitudine individua il singolo, si sposta compatta, gli si fa incontro. Senza mai toccarne la pelle, senza mai afferrarne gli arti. A essere ‘manipolati’, come ama dire la Cubas, sono gli abiti, quelli che danno una connotazione sociale. Essere privati dell’abito, è come essere privati della sicurezza di sé.
La scena che ci troviamo di fronte non è aggressiva, non è un atto di abuso, piuttosto è percepibile lo spaesamento, il non sapere dove andare, il lasciarsi trasportare. Ma mai nella condizione di vittime. “Quante volte sei caduto e nessuno ti ha preso?” chiede la coreografa, invitando ognuno di loro ad abbandonarsi. Questo è il momento della perdita di ogni certezza.

Verso Multitud: il giorno delle parole

Venerdì, 25 Settembre 2015 16:05

Diario di bordo - Verso Multitud: il giorno delle parole

 di Rossella Porcheddu

È tornata la pioggia a Lucera. Ha battuto sulle finestre per tutta la notte, per andare via all’alba. Il mattino ha portato il freddo, tanto che stare al chiuso, al Palazzetto dello sport, è stato perfino piacevole. E giovedì 24, durante la pausa che spezza le giornate lavorative, un bicchiere di Cacc’e Mmitte (vino DOC di Lucera) e i taralli hanno scaldato i cuori di tutti quelli che prendono parte al Proyecto Multitud.
Ma giovedì, a due giorni dallo spettacolo, è anche il giorno delle parole. Stanno tutti seduti per terra i performer, espongono perplessità, condividono pensieri. Tamara Cubas è sempre lì ad ascoltarli, a spronarli, a chiarire dubbi, in attesa di vedere ciò che accadrà sabato.
“Quando si mette in scena l’opera, che comunque è una cosa mia, sono molto tranquilla – mi racconta – perché non ho più il controllo, sto solo constatando, sto solo osservando”.
Durante la prova lei è il leader, ma quando l’opera va in scena la responsabilità è della moltitudine.
“Lascio che i performer facciano ciò che vogliono con Moltitud, è un’opera completamente libera. Il gruppo di Montevideo, ad esempio, è da tempo che cerca di realizzarla e ancora non ha raggiunto l’obiettivo, ma non posso insistere con loro perché altrimenti diventerei di nuovo il leader. Li seguo a distanza, loro sono autonomi. Sabato (mentre a Lucera ci sarà la Moltitud italiana), faranno alcune scene, non l’opera nella sua interezza, a Montevideo”.
La responsabilità, dunque, è dei perfomer, ma cosa accade se non riescono a organizzarsi? “Il progetto è appunto questo, ha come oggetto la capacità, o meno, di organizzarsi. Ma con ciò non affermo che un collettivo è necessariamente capace di farlo”.
Sei i paesi finora toccati, Messico, Cile, Uruguay, Cuba, Brasile e Italia. Quali sono le implicazioni, politiche, sociali, dei vari luoghi? “C’e una grande differenza tra l’Italia e l’America latina, è una differenza nei corpi, ma anche una differenza politica, nella libertà di relazionarsi all’altro, quindi nel rapporto con le istituzioni e nella capacità di emanciparsi”.
Difficile non pensare alla vita della Cubas, che è cresciuta a L’Havana mentre in Uruguay c’era la dittatura militare. Impossibile non pensare all’influenza che questo ha avuto nel suo lavoro.
“Multitud non prende spunto dalla mia vita personale, ma, a distanza, posso dire che ne è una conseguenza logica, anche perché i progetti precedenti avevano una tensione tra il pubblico e il privato, il singolo e la collettività, in momenti di resistenza sociale. Sono cresciuta a Cuba, la partecipazione politica dei miei genitori e dei zii è stata molto grande, l’idea di collettivo è parte di me, è sempre lì. Cercare di capire come il collettivo è cambiato rispetto a 30 anni fa è una domanda che viene da lontano”.
Giovedì, pioggia, freddo, parole

Multitud: l’incontro con la comunità

Lunedì, 28 Settembre 2015 14:05

Diario di bordo - Multitud: l'incontro con la comunità

 di Rossella Porcheddu

Si sono preparati per giorni, al Palazzetto dello sport, e sono state prove intense. Faticose, difficili, ma appaganti. Dopo ore e ore al chiuso, l’Anfiteatro di Lucera, illuminato da una luna tenue, nascosta dietro cumuli di nubi, li ha accolti, sabato 26 settembre, per lo spettacolo.
Si acquattano nell’ombra, protetti dal buio dell’arena, si nascondono in mezzo al pubblico, alcuni tagliano lo spazio arrivando dal portale posteriore (come se arrivassero da un’altra epoca, ha detto la Cubas).
Entrano in scena uno a uno i performer di Multitud, rivolgendo il volto ai 900 spettatori, prima di cominciare a muoversi nello spazio. Si lasciano cadere, come pesi morti, si spostano in piccoli gruppi, si inseguono con lo sguardo, si rincorrono, si muovono come uno sciame, riempiono l’aria di risa, e poi si spogliano, indossando gli uni gli abiti degli altri. Una musica risuona nell’aria, straniante, la luce algida dei neon illumina i corpi. Tamara Cubas li ha guidati per giorni, per giorni è stata la leader. Ma ora il gruppo è solo, e da solo deve trovare la forza di organizzarsi.
Un processo complesso, quello interno, che chiama in causa le dinamiche del collettivo e la capacità di ascolto dei singoli. Ma ancora più complessa è, in questo caso, la comunicazione con l’esterno. E bisogna dire che gli obiettivi perseguiti sembrano raggiunti. Il gruppo appare coeso, pur facendo salve le differenze degli individui. Animato da un’energia interna, dialoga con lo spazio e con il pubblico.
Perché Misteri e Fuochi non ha solo un aspetto spettacolare, ma anche, una vocazione turistica e sociale. Fondamentale è l’utilizzo di luoghi poco sfruttati e il coinvolgimento della popolazione locale, sia nella creazione degli spettacoli che nella loro fruizione.
Così i baresi hanno potuto vivere nuovamente il Teatro Margherita, chiuso dal 1980 (a parte una breve parentesi nel 2009) e occasionalmente sede espositiva. I brindisini hanno raggiunto l’isola di Sant’Andrea per rivedere il Castello alfonsino, fortezza cinquecentesca abbandonata. I tarantini si sono riversati al rione Tamburi, noto per la vicinanza con l’Ilva. E i lucerini, infine, hanno potuto varcare il portale dell’Anfiteatro romano di Lucera, utilizzato in rare occasioni (l’ultima apertura due anni fa). Ampia arena che non solo ha ospitato l’opera, ma soprattutto ha accolto la città.
E questo, dall’antichità a oggi, resta ancora il fine ultimo, e più nobile, del teatro, l’incontro di una comunità.

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